Il mio percorso non nasce nell’Heritage in senso stretto. Ho una formazione umanistica, sono laureata in lettere, e ho lavorato per molti anni all’interno del gruppo MAIRE occupandomi prevalentemente di comunicazione. Per questo, quando mi è stato proposto di occuparmi all’interno della Fondazione MAIRE - ETS del patrimonio archivistico delle Società del Gruppo, ad essa assegnato, non ho avuto la sensazione di cambiare mestiere, ma piuttosto di cambiare prospettiva. È stato, in continuità con il mio percorso, un modo diverso di leggere e interpretare ciò che avevo sempre fatto.
Se dovessi descrivere questo passaggio, penserei a una scena de L’attimo fuggente: quella in cui il professore sale sulla cattedra per invitare gli studenti a guardare il mondo da un’altra angolazione. Prima lavoravo sui contenuti – eventi, comunicati, narrazioni immediate – oggi lavoro su ciò che sta a monte: le strutture profonde, le tracce, i documenti. L’Heritage introduce un elemento fondamentale che prima non avevo: il tempo. E il tempo permette di interrogare le fonti, di chiedersi non solo cosa è stato fatto, ma perché.
È proprio a partire da questa consapevolezza che si definisce il mio ruolo oggi, che non consiste semplicemente nel gestire un archivio, ma nel progettare le condizioni affinché questo patrimonio produca senso. Significa lavorare su un sistema complesso che connette oggetti, persone e visioni, e che attraversa l’intero gruppo MAIRE, una realtà costruita anche attraverso acquisizioni importanti come, tra le altre, Fiat Engineering e Tecnimont. Questo comporta una sfida significativa: tenere insieme storie diverse, culture industriali stratificate, identità forti.
Ma con un elemento comune ed unificante che emerge con chiarezza: il valore dell’ingegno. Non produciamo beni di consumo o oggetti iconici, ma sistemi di ingegneria, progetti per impianti, soluzioni complesse. Gli autentici asset del gruppo sono sempre stati l’intelligenza, le competenze e la creatività delle persone. È questo l’Heritage che, come Fondazione MAIRE - ETS, vogliamo conservare, rendere leggibile, riconoscibile, trasmissibile. In una parola: tramandare. Per rendere possibile questa trasmissione, il ruolo delle tecnologie diventa decisivo.
Nel contesto delle nostre attività la digitalizzazione è certamente una leva fondamentale, purché sia intesa nel modo corretto. Il nostro obiettivo non è creare copie di tutti i nostri documenti, in modo indiscriminato. Il nostro patrimonio storico, tipicamente raccolto negli archivi d’impresa, è un asset strategico e spesso sensibile, che richiede tutela, responsabilità e consapevolezza, oltre che rispetto dei temi legati alla proprietà intellettuale. Digitalizzare significa prima di tutto conservare, organizzare, rendere interrogabili i dati. Significa creare le condizioni per entrare dentro questi contenuti e comprenderli, non semplicemente replicarli in forma digitale. Questo implica anche una presa di posizione chiara rispetto agli strumenti da utilizzare.
Personalmente non credo in piattaforme statiche, che si limitano a essere copie digitali dell’archivio. Il vero obiettivo è costruire strumenti capaci di far emergere connessioni, di mettere in relazione informazioni, di aiutare a interpretare grandi quantità di dati. In questo senso, l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità, soprattutto per migliorare la qualità dei materiali e per facilitare l’accesso e l’analisi. Accanto a queste opportunità, esiste però un rischio che non possiamo ignorare.
È necessario mantenere una visione lucida: la digitalizzazione non coincide con l’open access indiscriminato. Esistono vincoli, costi, responsabilità. E soprattutto esiste una questione cruciale, spesso sottovalutata: come si conserva il digitale? Negli ultimi vent’anni abbiamo prodotto una quantità enorme di documenti digitali che rischiano di andare persi per mancanza di progettazione e metodo nella loro costruzione, per obsolescenza dei supporti, per assenza di una governance chiara. Per questo è sempre più rilevante, nelle aziende, la figura del Responsabile della Conservazione Documentale dell’impresa. Senza una gestione strutturata degli archivi correnti e di deposito, il rischio è perdere la memoria mentre la si produce e di non avere più un archivio storico da valorizzare.
Ed è proprio qui che emerge con forza il ruolo delle persone. Ecco perché, in questo lavoro, sono essenziali. Non è pensabile farne a meno, a prescindere dalle innovazioni tecnologiche che è possibile introdurre nella gestione dei sistemi d’impresa. A mio avviso, servono, sì, competenze tecniche, ma soprattutto attitudine: curiosità, capacità di leggere e interpretare le fonti, attenzione al dettaglio, sensibilità storica. Il punto di equilibrio ideale è quello dell’ “Ingegnere umanista”, paradigma della Fondazione MAIRE-ETS, una figura essenziale nella creazione di team di valorizzazione del patrimonio storico, all’interno dei quali è indispensabile che convivano competenze di vario tipo e natura.
In fondo, tutto questo porta a una riflessione più ampia sul significato stesso dell’Heritage. L’Heritage, mi piace credere, è prima di tutto una questione di responsabilità. Non è una cartolina del passato, ma una soglia da attraversare. È uno spazio che ci permette di comprendere il presente e di costruire il futuro, dove ogni persona che lavora in azienda scrive, con il suo lavoro di oggi, la storia che verrà raccontata domani. La vera sfida del mio lavoro, in fondo, è questa: vedere relazioni dove non sono evidenti.
E questa attenzione alle connessioni non riguarda solo il lavoro, ma anche la mia dimensione personale. Nei momenti liberi dal lavoro amo leggere, ascoltare musica e giocare a burraco, ma soprattutto coltivare relazioni. Credo molto nella qualità dei legami. E forse non è un caso: a mio avviso, le connessioni costituiscono la sostanza della vita e alimentano, tanto per le persone quanto per le imprese, il rispettivo Heritage.